Le Alpi Retiche Meridionali 
           Di Nello Petito
Se mi chiedessero qual è stata la giornata più emozionante che abbia mai vissuto in natura non avrei un attimo di esitazione a rispondere: un giorno di qualche estate da insieme a mia moglie e ai miei due bimbi ai piedi dell’Ortles.
Una mattina di luglio partiamo da Solda e ci incamminiamo sul percorso Morosini per raggiungere un piccolo lago delle Alpi Retiche meridionali da dove ammirare il gruppo dell’Ortles da una prospettiva diversa dal solito. La “passeggiata” o almeno quella che io ritenevo tale, si dimostrerà più impervia di quanto avevo immaginato e in alcuni tratti addirittura troppo stretta e sdrucciolevole per una famiglia con bimbi al seguito. Lo sguardo inquisitore di mia moglie non lasciava spazio a dubbi: all’arrivo, se mai fossimo arrivati, avrei dovuto fare i conti con lei. Nel frattempo, durante la salita, non potevo far altro che mostrarmi sicuro per tranquillizzare lei e di conseguenza i piccoli.
4 ore di cammino, di fatica e di sudore dopo però, ci ritroviamo davanti lo spettacolo più bello che la montagna potesse offrire e che fa tornare anche negli occhi dei miei “compagni di viaggio” la serenità. Il ghiacciaio del Gran Zebrù sembra è così vicino quasi da poterlo toccare e poi quel laghetto ai suoi piedi!
Ci fermiamo al Rifugio Coston e ci sediamo per recuperare energie, calorie e ammirare quelle “sculture” di pietra e ghiaccio. Nemmeno il tempo di toglierci gli zaini che da valle vedo un puntino risalire un termica. Quel puntino diventa prima una virgola e poi qualcosa di enorme. La termica, quasi avesse ascoltato le mie preghiere lo porta da noi, e in un intervallo di tempo che non so definire mi ritrovo con la lente puntata verso di lui. Il gipeto volteggia davanti ai nostri occhi per un istante che sembra un’eternità e che resterà impresso nella mia memoria a lungo. Mi giro verso i miei figli e li scopro a bocche aperte che riguardano sugli schermi delle loro compatte le foto che gli hanno scattato.
Mia figlia resterà per due ore seduta di fronte alla vallata dalla quale è risalito il gipeto nella speranza di poterlo rivedere. La capisco, mi capita sempre.
Perché è quello l’effetto che fa: non ne hai mai abbastanza di lui.
E io non so resistere a lungo.
Infatti, l’autunno seguente, sono andato a cercarlo di nuovo, questa volta accompagnato da due miei amici, nel tentativo di poterlo ammirare ancora.
Ci fermiamo tre notti a 2800mt e non ci muoviamo da lì.
Arriviamo di pomeriggio, nevica è la visibilità non è buona ma l’ambiente è così tipicamente impervio che mi affascina. Mi sento come mia figlia che guarda lo stesso sperone per ore mentre spera che da lì si materializzi lui. Prendiamo una stanza in un rifugio in cima e mentre disfiamo i nostri zaini e ci cambiamo, do un’occhiata dalla finestra. Vedo qualcosa di grosso volare.
Sono senza pantaloni e devo decidere cosa estrarre dalla valigia: le calzamaglie termiche o la reflex.
30 secondi dopo sono affacciato in mutande a fotografare il gipeto che plana sotto i nostri occhi.
Cerco di capire dove si è posato e mentre inquadro attraverso il mirino per sfruttare l’ingrandimento della lente, noto dei movimenti sulla neve.
Gipeto  (Gypaetus barbatus)
Mia figlia
Le pernici
Stavolta mi vesto del tutto: ogni minuto trascorso dentro è uno scatto mancato.
I tre giorni successivi saranno i tre giorni più intensi dal punto di vista fotografico mai vissuti e questi sono alcuni degli scatti realizzati.

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